Le città delle donne

Patrizia Rinaldi "Ma già prima di Giugno"( Edizioni E/O, 2015)

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Due generazioni di donne, volitive e ribelli ciascuna a suo modo. Una madre con la sua giovinezza sacrificata e una figlia allettata in attesa della dipartita.

Sono le protagoniste femminili del romanzo di Patrizia Rinaldi, “Ma già prima di giugno” pubblicato da Edizioni E/O. Un racconto che procede con tempi alternati, ricostruendo l’esperienza della giovane madre Maria Antonia, profuga istriana rimasta vedova, e l’ultimo periodo di vita della figlia Ena, ricoverata a seguito della rottura di un femore.

 

Una lettura densa, che abbraccia un arco temporale che va dal periodo appena precedente la seconda guerra mondiale fino al monologo contemporaneo di un’anziana cinica e disillusa.

Nella narrazione le due donne rappresentano “due rette che si incontrano”: il racconto di Maria Antonia si interrompe negli anni sessanta con la nascita di Ena, la quotidianità di quest’ultima si conclude con la sua morte.

 

Una saga originale in cui si narra di amore, malattia, morte, dolore, speranza, ricordi belli e affetti.

Pur parlando di vecchiaia e delle difficoltà ad essa legate, la protagonista si concede il gusto di ironizzare sulla sua condizione, come quando afferma: «Se vorrai mentire sull’età, non dimenticare di metterti i guanti – mi diceva mia madre, dimenticando che l’era dei guanti fosse già finita da un pezzo».

 

Il titolo richiama una poesia di Elio Pagliarani e si riferisce alle aspettative di Ena, che nell’immobilità forzata del letto si abbandona alla memoria e osserva con sarcasmo ciò che le sta intorno, sapendo che tutto finirà entro il mese di giugno.

 

Patrizia Rinaldi si è affermata come giallista e come autrice di libri per ragazzi, per la prima volta si confronta con il registro del romanzo storico accostato alla voce della contemporaneità.

 

Leggendo il suo libro si nota immediatamente la cura del linguaggio. È stata una scelta funzionale alla trama della storia?

 Nel romanzo si alternano due voci: una in terza persona che racconta la storia di una madre giovane, una in prima persona che racconta il monologo della figlia alla fine dei suoi giorni.

Il racconto della madre vuole essere voce semplice e di saga, anche se anomala; quello della figlia partecipa a un delirio senile. Qua il linguaggio è più elaborato, spezzato dalla comparsa dei ricordi. Subisce quindi una cronologia sentimentale che ubbidisce al peso del sentire del momento. Ho cercato di rendere credibile un vaneggiare incoerente, ma vitale.

La scelta che mi sono proposta è stata quella di contrapporre le due voci in un’unica narrazione, ma naturalmente non è una decisione fredda, aprioristica, priva di coinvolgimento.

 

L’alternanza tra i tempi del racconto ricorda alcune tecniche di montaggio tipiche del cinema, questa scelta compositiva prelude un’eventuale trasposizione cinematografica della storia di Maria Antonia e Ena?

 Mi interessava raccontare la storia e le storie che danno scandalo, lontane da ogni etica eroica. Le donne e gli altri personaggi che amo sopportano le parti scabrose di ogni vita con autoironia, con leggerezza. Non si armano di predisposizione severa, giudicante. Non ho pensato a una versione cinematografica, ho privilegiato la voglia di raccontare con le parole, solo con le parole.

 

Madre e figlia possono considerarsi due esempi di donne resilienti?

Combattono con la stessa forza, anche se in circostanze diverse. Maria Antonia lotta contro la Storia buia che le ruba parti; Ena è padrona di disincanto e di sberleffo, anche contro la fine delle vita.

 

 

 

 

 

di Raffaella Sirena

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